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Consigli

La (a)socialità dei bimbi è anche merito (o colpa) dei genitori!

Crescere un figlio non è affatto un compito semplice, come tutti i genitori sanno bene e sperimentano nel corso degli anni.
Tra i tanti aspetti che creano preoccupazione nelle mamme e nei papà uno dei più ricorrenti è quello legato alle relazioni tra bambini, coetanei, più piccoli o più grandi.
Chi non ha mai sentito dire o pensato: “Aiuto, mio/a figlio/a è asociale, non vuole giocare con nessuno!” oppure “come lo/la aiuto a fare amicizia con gli altri“?
O, ancora, non si è chiesto prima o poi come comportarsi in caso di bambini aggressivi (i propri o quelli di amici e conoscenti) che “comunicano” con graffi, morsi e pugni?
Ho cercato quindi di individuare alcune domande di interesse generale su questo tema per proporvi degli spunti di riflessione e parlarne insieme.
Ad esempio, mi sono chiesta:

Come cambia la socialità di un/a bambino/a man mano che cresce?
Possiamo individuare delle fasce d’età caratterizzanti nell’arco temporale che va dalla nascita ai 14 anni? Se si, quante e quali?

Per saperne di più e approfondire bene l’argomento ho coinvolto una professionista del settore e amica di “DA 0 A 14“: Rosaria Uglietti, psicologa (e mamma di una bimba), clown terapeuta, esperta in psicologia giuridica e con uno specifico orientamento alla fenomenologia.
Leggiamo insieme quello che mi ha detto, è davvero molto utile ed interessante…

Cari genitori ben ritrovati, oggi parliamo della socialità del bambino, di come si sviluppa e di quando preoccuparsi.
Risponderò alle domande di Bianca nella maniera più semplice e chiara possibile. Iniziamo!

La socialità del bambino cambia durante la crescita in base alla sua capacità di interagire con gli altri. Questa caratteristica degli esseri umani è sviluppata grazie all’ausilio dei genitori, pertanto siete voi il perno principale dal quale tutto scaturirà.
Come genitori, siete il primo compagno d’avventura del vostro piccolo e di conseguenza le persone che preferirà a lungo. Le vostre voci, i vostri volti e il contatto con voi saranno fondamentali e sarete proprio voi ad insegnargli a relazionarsi con gli altri e a stare bene anche senza la vostra presenza costante.
In genere i genitori si chiedono quando il loro piccolo inizierà a giocare con gli altri bambini. Ci sono delle tappe fondamentali che attraverserete insieme.
Vediamo insieme quali sono.
Il primo anno di vita è caratterizzato dalla capacità di toccare gli oggetti e dall’interazione con i genitori, che di solito sono i suoi primi compagni di gioco. Di conseguenza sarà fisiologico che cercherà voi, anche solo con lo sguardo e che sarà triste quando non ci sarete. Il piccolo starà bene anche con altre persone ma preferirà senza dubbio voi genitori.
Intorno ai 2 anni, inizierà a giocare anche con altre persone che non sarete voi e quindi con altri bambini. La socializzazione, tuttavia, è una competenza, per cui sarà qualcosa che imparerà gradualmente e voi dovrete essere il suo sostegno. Una grossa raccomandazione che mi sento di farvi è questa, i bambini fino a due anni sentono molto il senso del possesso, soprattutto dei propri giochi, non arrabbiatevi e non sentitevi in colpa se non vorrà condividere con altri bambini i suoi giocattoli, soprattutto quelli preferiti.
Tra i 2 e i 3 anni inizierà ad avere degli amici nel senso più simile a quello dell’adulto, però non avrà ancora la capacità di mettersi nei panni degli altri. Ciò significa che quando tenterete di dirgli che un altro bambino è più piccolo e quindi dovrebbe dargli il suo gioco, o ancora che deve stare proprio con quel bimbo che a lui non piace, non sarà in grado di comprendervi. Importante sottolineare che non è un dispetto nei vostri confronti, semplicemente non ha gli strumenti che abbiamo noi adulti per comprendere i sentimenti altrui.
A 3 anni imparerà a condividere e ad avere anche un amico speciale diverso dal proprio genitore. Imparerà a reagire meglio nei confronti degli altri e vorrà sempre più stare con altri bambini.
Molto importante, affinché, queste fasi siano sviluppate il più serenamente possibile è il vostro ruolo genitoriale: insegnategli a vivere insieme agli altri gradualmente. Questo non significa che fino a tre anni il piccolo dovrà vivere solo con voi, anzi la presenza di altri sarà fondamentale. Quello che dovrete fare voi è sostenerlo quando non sarà in grado di interagire con gli altri, quando avrà paura di qualcuno e quando non sarà in grado di condividere il suo gioco preferito. Non abbiate timore o imbarazzo quando piangerà e urlerà perché un altro bambino vorrà il suo gioco, non temete di spiegare all’adulto di riferimento che quello è il suo gioco preferito. Tutto sempre serenamente perché i bambini imparano seguendo il vostro esempio.
A 4 anni il bimbo inizia a cercare la compagnia degli altri bambini. Ha le capacità di interagire e di scambiare i giocattoli ma non aspettatevi che riesca a regalare il proprio giocattolo ad un bambino più piccolo.
A 5 anni il bambino riesce a scegliere il suo amico preferito, accetta le regole.
Dai 6 anni in su e circa fino ai 14 anni la capacità del bambino di interagire con gli altri diventa sempre più matura, i giochi diventano sempre più organizzati e complessi. Riescono tranquillamente a rispettare le regole e i turni.
Possiamo ulteriormente suddividere questo periodo in piccole mini tappe.

Tra i 6 e gli 8 anni il piccolo impara il rispetto dell’altro, riesce a distinguere le varie caratteristiche dei suoi amici e ad avere delle reali relazioni con i suoi amichetti.
Otto anni è una tappa fondamentale, il bambino è in grado di sviluppare a pieno l’empatia che diventa sempre più matura fino ad arrivare ai 10 anni, età nella quale riesce ad avere una certa autonomia di pensiero, si sviluppa il senso della giustizia.
Tra i 10 e i 14 anni il bambino è in grado di stare pienamente con l’altro, di sviluppare e far crescere le proprie amicizie e di interagire sempre più con le persone simili a lui. I gruppi si formeranno seguendo le proprie affinità e attraverso codici ben precisi.

Come cambia il modo di rapportarsi con i propri coetanei tra maschi e femmine? Quali sono le specificità di entrambi e le principali differenze?
La differenza fra i sessi fondamentalmente arriva intorno all’adolescenza. L’adolescente continua a forgiare la propria personalità e ad affrancarsi sempre più dai suoi genitori (a proposito degli adolescenti vi invito a leggere questo mio post all’indirizzo https://unamammapsicologa.com/adolescentiistruzioni-per-luso).
Questo avviene in varie tappe, più o meno difficili a seconda delle proprie individualità ma questa volta maschi e femmine non seguono lo stesso ritmo.
Il periodo della ribellione avviene per le femmine tra i 12 e i 13 anni e per i maschi tra i 14 e i 15 anni. Questa è l’età del “non voglio”, che possiamo paragonare al “no” dei due anni.
Non è un periodo facile perché l’adolescente non è più un bambino ma non è ancora un adulto.
Cari genitori ancora una volta il vostro ruolo sarà fondamentale per dare sicurezza ai vostri figli.

Come si rapportano invece, di solito, i bambini quando hanno a che fare con amici/amiche più grandi/piccoli di loro?
La relazione con bambini più grandi cambia al cambiare della crescita e dipende dalla maturità stessa del piccolo.
In genere un bambino che avrà sviluppato una maggiore indipendenza riuscirà ad interagire con bambini più grandi e questo lo farà sentire importante. Ricordatevi però le varie fasi di sviluppo che abbiamo visto prima e non meravigliatevi se vostro figlio di 2 anni non sarà in grado completamente di socializzare con uno di 5 anni.
Una riduzione nelle difficoltà di interazione avverrà a partire dai 6 anni, quando il bambino matura sempre più.

Viceversa la relazione con un bambino più piccolo sarà più serena quando il bambino avrà intorno ai 4 anni e questo perché sino ai 3 anni non ci sono sostanziali differenze fra i piccoli. La presenza, anche da lontano, degli adulti potrà sviluppare relazioni serene ma sempre a piccole dosi. Egocentrismo, senso di possesso e tutto ciò che abbiamo imparato finora potranno esservi utili a farvi capire che l’imposizione è sbagliata e che un bambino di 3 anni non riuscirà mai a capire completamente un bambino di 1 anno come può farlo un adulto perché le esigenze sono differenti ma simili e quindi complementari.

Le relazioni tra bambini non sono sempre facili. Come possono i genitori aiutare i propri figli ad interagire con gli altri, coetanei e non?
Come abbiamo visto sinora, i genitori sono fondamentali per uno sviluppo sereno con gli altri. Tuttavia se, nonostante i vostri sforzi, il vostro piccolo non sembra interessato ad interagire con altri potrebbe dipendere da una eccessiva paura o insicurezza nei confronti degli altri. Molto spesso, intorno ai 3 anni, i bambini sembrano troppo aggressivi e incapaci di stare con altri bambini senza essere prepotenti. I comportamenti maggiormente manifestati sono mordere, picchiare o spingere. Questi comportamenti potrebbero anch’essi derivare da paure o insicurezze. La prima cosa da fare è osservare il piccolo e soprattutto comunicare con lui, cercare di capire cosa lo spinge a comportarsi in questo modo. Lo so che la prima cosa che ci viene in mente è urlare, soprattutto per il senso di disagio che si prova nei confronti degli altri, adulti e bambini in particolare. Però urlando il bambino accrescerà la sua rabbia e di conseguenza la sua prepotenza.

Quale comportamento dovrebbero insegnare i genitori ai propri figli quando si trovano in presenza di bambini/e aggressivi/e, prepotenti, invadenti o addirittura violenti/e? Dovrebbero suggerire loro di reagire e rispondere “a tono”, di ignorarli o di… scappare???
Cari genitori vi sembrerà strano parlare di rabbia e aggressività quando pensate ai vostri cuccioli, il sentimento che più volte proverete sarà il senso di frustrazione. Qualcuno di voi si sentirà smarrito pensando di aver fatto di tutto per insegnare loro che non è bello arrabbiarsi ed essere aggressivi e soprattutto sperimenterà il senso di fallimento. Voglio rassicurarvi che non siete infallibili, che accade e che l’importante è provvedere. Graffiare, mordere o tirare i capelli sono i comportamenti più manifesti della rabbia nei bambini e di solito dietro queste azioni si nasconde sempre il desiderio di essere ascoltati, visti e considerati.
Parto da questa spiegazione perché molto spesso i genitori dei bimbi vittime provano un tale senso di rabbia, comprensibile per carità, che di sicuro non andranno a pensare che dietro l’aggressione posta da un altro bimbo ci possa essere del dolore.
Cosa dire al proprio piccolo? Verrebbe spontaneo dire reagisci ma sarebbe sbagliato, la rabbia genera rabbia. I bambini devono provare a reagire con la calma. Questo ovviamente dipende molto anche dall’età. È difficile far comprendere a dei bambini piccoli, che vanno da 1 anno sino ai 3 anni a reagire con la calma. Sarebbe importante in questo caso parlare ai genitori e agli insegnanti, invitando a ricercare la causa di questa aggressività. Quando i bambini saranno più grandi, ad esempio intorno ai 4 anni, si potrà iniziare a spiegare loro che non tutti i bambini sono felici e che se vogliono che l’altro bimbo la smetta devono essere sorridenti e gli devono chiedere il perché di tale aggressività. Vi sembrerà assurdo ma vi garantisco che funziona. Ho fatto in questo modo anche con mia figlia. C’era una bimba a scuola che era sempre aggressiva con lei, io ho invitato Maya a chiederle cosa avesse, perché era arrabbiata con lei e ho anche spiegato alla mia bambina che la sua compagna di scuola non è felice come lei. Vive lontano dal paese di origine, ha i genitori che si stanno separando e di conseguenza è una bambina un po’ triste. Le ho spiegato che non tutti hanno la possibilità di essere felici ed è cambiato tutto. Alla fine lei e questa bimba sono diventate molto amiche.

Qual è il modo più giusto per un genitore di affrontare con il/la proprio/a figlio/a eventuali problemi di “asocialità” a scuola, con gli amici, in famiglia…?
La parola d’ordine nel caso di asocialità intesa come mancanza di interazione con gli altri è la comprensione. Può accadere che il vostro piccolo per timidezza e/o insicurezza non interagisca con gli altri, che fare?
Il primo passo è non forzare ma aiutare il bambino a sviluppare fiducia ed indipendenza. Come abbiamo visto spesso la mancanza di interazione e/o le errate modalità relazionali dipendono da mancanza di sicurezza e fiducia in se stessi. Essere attenti a rispondere ai bisogni del piccolo è importante, non insistere nelle relazioni è fondamentale. Questo soprattutto se accade con dei familiari e/o amici di famiglia. Il senso di inadeguatezza che può pervadere i genitori di bimbi particolarmente timidi e quindi asociali induce all’insistenza. Questo non farà altro che peggiorare la situazione. I bambini devono sentirsi liberi di poter stare da soli, di non dover abbracciare, salutare, stare insieme a nessuno, tanto meno alla zia che si offende oppure ai nonni. A costoro sarà opportuno spiegare che il bimbo è timido (farlo in assenza del bambino che non dovrà sentirsi giudicato e/o addirittura compiacersi del fatto che si parli di lui acuendo questa sua forma comportamentale), chiedere la loro alleanza in un processo di fiducia e indipendenza da far sviluppare al proprio piccolo, basato soprattutto sulla comprensione e sul rispetto dei suoi sentimenti. Il gioco è lo strumento migliore perché il piccolo scopra gli altri e sviluppi il proprio intelletto, il tutto sempre gradualmente e connotato da un senso di serenità. I genitori devono mostrarsi fieri del proprio piccolo, congratulandosi con ogni suo piccolo progresso.